20 Agosto 2004 | Vita in Oratorio

Don Massimo: un mix provocatorio

Una cosa che ho imparato da Don Massimo è che nella vita bisogna essere provocatori, altrimenti passerai davanti a tutti come uno qualunque.
La cosa che invece mi è piaciuta di più in questo periodo “finale” è che molta gente ha dovuto ricredersi sul suo conto.

Gente che si è sempre lamentata di lui perché “quello lì ha la moto bella”, perché “quello lì dice le parolacce”, o più semplicemente perché “quello lì mette soggezione al mio bambino”.
Io sono del parere che un prete non dovrebbe essere una persona disposta solo all’ascolto degli altri e all’esercizio della propria vocazione, ma qualcuno che ricordi agli altri che lui stesso è un comune mortale, una persona come noi, con le nostre stesse debolezze e, magari, gli stessi peccati.
Sì, anche i preti si confessano.
Credo che Don Massimo sia stato innanzitutto il prete “dei giovani”, perché è stato sempre lui il primo ad investire su di noi, a credere in noi, ad avere le nostre idee, ad aiutarci a non sbattere la testa ma, soprattutto, a farci capire quanto Gesù sia presente nella nostra vita nelle piccole cose.
Nella settimana di convivenza che abbiamo fatto questa primavera ci ha invitato ad assaporare l’esperienza della preghiera nella vita di tutti i giorni, alzandoci magari ad orari proibitivi prima di andare a scuola dopo una nottata insonne di poche ore.
Non ci scorderemo mai il suo megadivano completo di “fossa” (un punto sfondato), il suo mitico Tenerè con il quale ha portato in giro mezzo Oratorio facendo provare il brivido dei 150 km/h e le frequenti occasioni in cui ci proponeva il suo motto “Dio non si vendica, ma è giusto”.
Ma questo non è un motivo per essere tristi e malinconici.
Il compito che gli è stato affidato dalla Caritas ultimamente sta mettendo a nudo il suo vero spirito di prete “di strada”: lui non si è mai dichiarato come un prete “da oratorio”, ha vissuto questi sette anni con le idee e i concetti della solidarietà e ne è uscito un mix particolare, provocatorio (appunto).
Sono contento per lui e per quello che ci lascia.
Ci lascia un Oratorio (fino a prova contraria) più colorato, pieno di facce felici e ragazzi con la voglia di fare, una bella esperienza difficile da dimenticare, le sue prediche e la sua faccia nelle nostre foto di questi sette anni passati insieme…
E’ per questo che sono contento. E’ come ha voluto Lui…

Chicco