9 Giugno 2005 | Parola di Don

Una storia “terra-terra” (forse)

C’è, nella storia di Giuseppe (quello che è stato in Egitto, non quello originario di Betlemme o quello di Arimatea, tanto per non confondersi), un mix sentimenti, passioni, emozioni… che, a prima vista, pare non abbiano un gran profumo di cielo ma, anzi, si mescolino proprio bene con la polvere della terra; tanto che verrebbe […]

C’è, nella storia di Giuseppe (quello che è stato in Egitto, non quello originario di Betlemme o quello di Arimatea, tanto per non confondersi), un mix sentimenti, passioni, emozioni… che, a prima vista, pare non abbiano un gran profumo di cielo ma, anzi, si mescolino proprio bene con la polvere della terra; tanto che verrebbe da chiedersi come mai qualcuno abbia pensato di inserire con tanta cura (e lunghezza) questa storia nella Bibbia. Tra l’altro Dio è nominato proprio poche volte; tutto sembra svolgersi senza scomodarlo.

Ma quali sono queste passioni, sentimenti, emozioni? Anzitutto abbiamo un protagonista della vicenda che è ben conscio delle proprie doti e della predilezione che il padre ha lui; e si sa che queste cose attirano un mare di guai: i fratelli – risentiti – meditano di eliminarlo per sempre dalla loro vita ma, in disaccordo per il modo, decidono alla fine di venderlo a dei mercanti che, finalmente, lo avrebbero portato abbastanza lontano da poter permettere loro di continuare indisturbati una vita normale (non vi ricorda, tutto questo, la vicenda di quegli altri fratelli, i primi, Caino e Abele?). E poi, in Egitto, divenuto potente, Giuseppe (cito alla lettera: “bello di forma e avvenente di aspetto”) attrasse le attenzioni della moglie del padrone, la quale fece di tutto per raggiungere il suo scopo (“Unisciti a me” era la sua richiesta, nella quale poco è lasciato all’immaginazione); e non riuscendoci – naturalmente – lo “incastrò” con un’abile menzogna, tanto che Giuseppe fu arrestato e finì per la seconda volta in prigione.

Poi il faraone – conoscendo le sue doti di interprete di sogni – lo consultò e, alla fine, Giuseppe passò decisamente dalle stalle alle stelle. Quando rientrò in contatto con i propri fratelli che erano arrivati in Egitto a comprare grano per ovviare alla carestia che imperversava, Giuseppe volle mettere alla prova i fratelli con astuti sotterfugi; alla fine si fece riconoscere e, addirittura, potè riabbracciare il padre Giacobbe. E così gli ebrei vissero in Egitto. E qui comincia poi la vicenda di Mosè, ma questa è un’altra storia (forse quella del prossimo oratorio feriale).

Ma, ritorniamo al nostro tema: questa storia così “terrena”, proprio per questo motivo, può aiutarci a ritrovare un aspetto imprescindibile della nostra fede: essa non è un sentimento, una nostalgia del totalmente Altro (come a volte si sente dire), una fuga mistica da questo mondo. La fede ha invece la forma di un atto che l’uomo responsabilmente compie come modo di intendere la vita che si vive quaggiù (nella consapevolezza del suo compimento lassù). La fede non è una bisaccia dalla quale tirare fuori buoni sentimenti che ci fanno immaginare migliori (ma che in realtà non ci rendono effettivamente migliori); e non è nemmeno una riserva di parole belle che possono consolare la nostra fragile vita (e la nostra fragile psiche). La fede è la decisione che un uomo prende di vivere la propria vita guidato dalla parola di quel Dio che ha lasciato il cielo ed è venuto ad abitare tra di noi.

Allora forse questo oratorio feriale ci insegnerà a valorizzare ciò di cui oggi non si parla quasi più: le virtù. Ovvero quegli atteggiamenti abituali che ci consentono di tradurre nella pratica della vita effettiva ciò che la Parola ci indica come stella luminosa su nel cielo.

Riusciremo noi tutti a lasciarci istruire da questa vicenda per poter credere che Dio ha piantato la sua tenda tra di noi? Smetteremo di cercarlo al di là dei monti, dei mari o su oltre il cielo, perché finalmente egli ha preso la nostra carne (e già in antico, nella forma di nube o di colonna di fuoco, camminava con il suo popolo)? Ce lo auguriamo come frutto duraturo di queste settimane intense (per alcuni aspetti estenuanti, certo) e di sicuro promettenti. E se questo non accadrà, almeno avremo sentito una storia “umana”, cosa – anche questa – di cui oggi ne soffriamo la mancanza.

don Paolo