14 Aprile 2008 | Parola di Don

Visto…dall’altra parte

Una delle cose più fastidiose che possa capitare è quella di sentirci dire da qualcuno come siamo con la pretesa di saperlo meglio di noi; immediatamente – quando l’incauto osa “mostrarci” quello che vede di noi – scattano meccanismi non solo di difesa, ma anche di contrattacco: abbiamo sempre mille buone giustificazioni per quel che […]

Angel devilUna delle cose più fastidiose che possa capitare è quella di sentirci dire da qualcuno come siamo con la pretesa di saperlo meglio di noi; immediatamente – quando l’incauto osa “mostrarci” quello che vede di noi – scattano meccanismi non solo di difesa, ma anche di contrattacco: abbiamo sempre mille buone giustificazioni per quel che facciamo, diciamo, siamo… e mica sono campate in aria!

In un libretto assai arguto lo scrittore C.S. Lewis, immaginando la corrispondenza tra due diavoli incaricati di portare all’inferno l’anima dei “pazienti” loro affidati, fa scrivere al più anziano dei due questo consiglio al suo nipote inesperto: «Tieni la mente del tuo paziente lontano dai doveri più elementari, sospingendolo verso quelli più progrediti e spirituali. Aggrava quella caratteristica umana che è utilissima: l’orrore e la negligenza delle cose ovvie. Devi condurlo a una condizione nella quale possa soffermarsi per un’ora a fare l’esame di coscienza senza riuscire a scoprire neppure uno di quei suoi fatti personali che sono perfettamente chiari a chiunque viva con lui nella stessa casa o lavori nello stesso ufficio».
Ecco proprio questo succede: che ciò che è chiarissimo agli occhi di chi ci sta attorno è spesso nascosto ai nostri stessi occhi (come è vero anche il contrario, ovviamente). Immagino sia per questo che Gesù imponga due generi diversi di misure quando sentiamo la smania di correggere i nostri fratelli: tieni conto che tu nel tuo occhio hai una trave e in quello del tuo fratello c’è una pagliuzza… mica male!
E questo vale non solo per noi stessi, ma anche per i nostri ragazzi, i nostri figli: guai a dire a una madre o a un padre che suo figlio non è propriamente come dice lui. Pare una offesa che grida vendetta al cospetto di Dio! Così succede che non si hanno più occasioni di conoscere in profondità i propri figli; perché bisogna difenderli dallo sguardo cattivo degli altri! E i figli (che in questo non sono per niente stupidi) ci giocano dentro che è una meraviglia e così salta ogni possibilità di alleanze educative: gli insegnanti e i professori, mediamente hanno sempre torto o “non riescono a capire” le esigenze del figlio (e non parliamo dei catechisti, dei preti, degli allenatori…).
Senza allargare troppo il discorso (anche se con il rischio – come sempre – che le cose solo accennate rimangano troppo superficiali) varrebbe la pena provare a fare un esercizio come questo: prendere un po’ più sul serio e non scartare a priori le critiche che ci vengono fatte, individuarne le ragioni di verità che le sorreggono, scartare i motivi di risentimento che le animano e… trovare un altro pezzo di immagine di noi stessi (o dei nostri figli).
E, per concludere, un po’ di pubblicità: chi volesse leggere con frutto (e – credo – con gusto) il testo sopra citato può cercare: C.S. LEWIS, Le lettere di Berlicche, Jaca Book. E, a livello italiano, anche se con intenti diversi ma utilizzando uno stratagemma letterario simile: G. BIFFI, Il quinto evangelo, Piemme.

don Paolo