27 Maggio 2008 | Parola di Don

Una piazza per incontrarsi

Due immagini. La prima: 25 aprile, tardo pomeriggio, verso le 18. Scendendo dal bar vedo nell’aiuola un bambino (che non avrà avuto più di 5 anni) sdraiato con la faccia nella terra in mezzo ai fiori. Era salito sull’aiuola (calpestato ghiaia e fiori) e poi – perdendo l’equilibrio – era caduto a faccia in giù. […]

Tre scimmietteDue immagini. La prima: 25 aprile, tardo pomeriggio, verso le 18. Scendendo dal bar vedo nell’aiuola un bambino (che non avrà avuto più di 5 anni) sdraiato con la faccia nella terra in mezzo ai fiori. Era salito sull’aiuola (calpestato ghiaia e fiori) e poi – perdendo l’equilibrio – era caduto a faccia in giù. Nulla di male, niente lacrime, solo un po’ sporco. Vedendolo sdraiato chiedo al gruppo di genitori nei dintorni di chi fosse quel figlio. Nessuno sapeva nulla. Le mamme sedute sulle panchine hanno osservato la scena. Faccio scendere il bambino dall’aiuola, gli raccomando di non salire più perché è pericoloso (e intanto gli dico che anche per i fiori non è stata una bella esperienza, lui sorride), pulizia veloce di mani e faccia e poi a correre per il campo.

La seconda: viaggio in metropolitana, linea 3, da Duomo a Sondrio (circa 10 minuti di tragitto), verso le 11 del mattino. Un orario di non particolare sovraffollamento; a volte si riesce persino trovare posto a sedere. A ben guardare ciascuno si è trovato il proprio angolo dove sistemarsi, possibilmente rendendosi meno visibile e meno accostabile che si può: chi sparisce dietro i fogli del giornale gratuito, chi fissa un punto non ben preciso e non stacca gli occhi di lì, chi si guarda le scarpe, chi legge un libro o controlla i messaggi sul cellulare… Unico momento di comunicazione umana: quando sale qualcuno con fisarmonica, violino o quant’altro, suona un po’ e poi passa a chiedere soldi. Imbarazzo o stizza generale. Il “musicista” scende. Sollievo generale: ciascuno può ritornare nel proprio anonimato.

Sembra che questo sia il destino della convivenza possibile: che ciascuno ignori l’altro, che non si senta toccato dalla sua presenza. “Faccia pure ciò che vuole, basta che non dia fastidio a me”: questo è il volto della tanto declamata “tolleranza”, uno dei cosiddetti valori della nostra epoca.
Certo la tolleranza ha una sua ragione di verità, ma nella sua pratica essa equivale essenzialmente a rendere l’altro, anche quello che ho vicino, un “estraneo”. Quello che lui pensa, lui fa, lui vive, non mi interessa, non mi deve riguardare; né avrei alcun titolo io per mettere in discussione il suo stile di vita. La condizione oggi per stare insieme è questa: che l’altro non mi riguardi. Anzi: che nemmeno mi guardi. Perché lo sguardo è un ponte che già crea un collegamento, è un’invocazione, è una promessa. E perciò chiede che io risponda a questo sguardo. Ma no, non si può fare. Meglio stare vicini (se proprio non se ne può fare a meno) ma senza guardarsi.

“Passi in piazza” si intitola l’oratorio feriale di quest’anno. La piazza è sempre stata il luogo dell’incontro, della presenza reciproca e delle attese reciproche. Qui sta la sfida che ci viene proposta: che lo stare insieme con tante persone non avvenga all’unico prezzo di considerarsi tutti estranei, ma piuttosto assuma la forma del legame “fraterno”: che tu ci sia mi riguarda, quello che ne è di me dipende anche da te.
Il “valore” evangelico per la vita comune non è certamente quello della tolleranza, ma quello della fraternità: la tolleranza ha come criterio l’estraneità dell’altro, la fraternità cerca l’altro come colui senza il quale non saprei che farmene della mia vita.

Che questa estate diventi per ciascuno di noi una piazza nella quale ritrovare i buoni legami della vita fraterna.

don Paolo